Il settore farmaceutico è “top employer 2018” in Italia: il caso Roche

Pubblicato 30 ottobre, 2018 · 2 min. lettura

Il settore farmaceutico è “top employer 2018” in Italia. Che i millennial sognino di lavorare nel turismo o nelle aziende star della Silicon Valley non è un mistero. Però tra le aziende certificate nel 2018 dal Top Employer Institute ben 12 su 90 in Italia operano nel settore healthcare. E fra di esse trionfa Roche, l’azienda svizzera con sedi in tutto il mondo, nata nel 1896.  A cosa è dovuto tale successo? Lo abbiamo chiesto a Elisabetta Magagnin, Talent Learning & Development Leader di Roche SpA.

 

1. Essere “top employer 2018” cosa significa?

Significa essere “radiografati” da Top Employer Institute su 10 aree tematiche e su 600 pratiche relative alla gestione delle Risorse Umane. Una volta ottenuta la certificazione, alla fine di un processo molto rigoroso, significa guadagnarsi la responsabilità di essere un benchmark per tutte le imprese.

 

 

2. Che cosa c’è al cuore di Roche come “top employer”?

Un grande senso di appartenenza. Le persone che lavorano, a qualsiasi livello, in Roche sentono di far parte di una comunità molto coesa, quasi una “seconda famiglia”. Sanno di essere parte di un’azienda che sa ascoltare i suoi dipendenti e che si pone nei loro confronti come “soggetto in dialogo”. La prova? Ogni anno noi conduciamo un’indagine a 360° sui nostri dipendenti per esplorare il loro livello di engagement. Nel 2017 abbiamo avuto un participation rate del 97%. Questo significa che ognuno di loro sa non solo di essere libero di esprimere la propria opinione, ma soprattutto che quello che pensa per l’azienda conta.

 

3. Quindi basta il senso di appartenenza per essere “top employer”?

Il senso di appartenenza è il risultato. Dietro c’è una intensa attività, in Roche, svolta sia su scala globale che a livello di affiliata, per fare in modo che l’intera organizzazione aziendale sia costantemente aggiornata sulle strategie, sui programmi e sulle prospettive. È importante che tutti siano allineati tempestivamente sulle stesse coordinate. Per noi significa agire sia attraverso linee di comunicazione formali e programmate, sia attraverso un dialogo fluido e che non segue necessariamente linee gerarchiche. Di fatto siamo un’azienda in cui le persone collaborano quotidianamente con coraggio, passione ed integrità avendo al centro delle proprie azioni i nostri pazienti.

Infine siamo molto attivi nell’ambito dell’ employer branding, Sia per fidelizzare i nostri dipendenti, sia per attrarre nuovi talenti.

 

4. In effetti “employer branding” sembra una delle parole chiave degli ultimi anni. Per Roche in cosa si traduce?

Innanzitutto abbiamo avviato un intenso programma di relazioni e partnership con le università (Bocconi a Milano ma anche LUISS a Roma, ed altre Università tra cui Bologna, Torino ecc.) per farci conoscere dai “talenti in erba”. E poi, anche per l’employer branding, puntiamo molto sull’engagement. A livello globale, siamo presenti sui social media (Linkedin in primis ma anche Facebook, Twitter e YouTube), utilizziamo app proprietarie e tutte le piattaforme possibili per aprire un dialogo fertile e su scala globale con i talenti di domani, ci avvaliamo della gamification. Mettiamo quindi in campo tutte le energie possibili per veicolare il “valore di essere Roche”. E, naturalmente, lo facciamo nei luoghi e con i linguaggi propri del nostro più importante bacino di talenti: quello dei Millennial.

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