Problem Solving: aiuto efficace o concetto superato?

Pubblicato 4 ottobre, 2017 · 3 min. lettura

Sei qui con la soluzione o sei parte del problema? Un po’ come battuta (ma non più di tanto),  quante volte hai detto o ti sei sentito dire questa frase? E quante volte ti sei sentito dire o hai risposto (toccando amuleti di vario genere): “ovviamente ho la soluzione!”. Sì, parliamo del problem solving, ovvero della capacità di trovare una soluzione efficace ai tuoi problemi. Dote chiaramente molto apprezzata a tal punto da essere uno dei punti chiave nei colloqui di recruitment. Ma a noi le parole d’ordine interessano fino a un certo punto.  E quindi per avere una visione più precisa e per capire se le nostre opinioni sull’argomento trovano conferma, abbiamo girovagato fra decine di blog e riviste specializzate. Trovando centinaia di tesi che magnificano le tecniche di problem solving e una pletora di corsi e metodologie per diventare un perfetto “levatore di castagne dal fuoco”. Noi non vogliamo dire che la capacità di risolvere i problemi non sia importante, ma ci interessa mettere un po’ più a fuoco il significato da dare a questo tema.

Ripartiamo dalla fatidica domanda: sei qui con la soluzione o sei parte del problema?

L’autoconsapevolezza è il primo passo verso la risoluzione di un conflitto. Partiamo da alcuni passi che potrebbero aiutarti:

1. Privilegia e premia l’onestà

E quindi supporta chi è in grado con estrema franchezza di condividere con te le criticità, piuttosto che quelli che si presentano fieri e sorridenti dicendo: “è successo questo fatto ma non si preoccupi, è tutto a posto”, magari per paura di ripercussioni negative. Ecco, rifletti su quel “è tutto a posto”. Non ti fa sorgere qualche dubbio (con relativo brivido lungo la schiena)?

Identificare i problemi è uno sport individuale, ma per risolverli serve il lavoro di squadra Condividi il Tweet
2. Fai in modo che l’essere parte del problema coincida con l’essere parte della soluzione

Quante volte ti sei sentito dire “abbiamo un problema importante e preoccupante però posso assicurare che non è colpa mia”. È vero. Perché un po’ la colpa è tua. È infatti il sintomo più evidente che la persona è in una morsa. Schiacciata tra il dovere di segnalarti una criticità a cui non sa dare una risposta e il timore delle tue ire funeste. Spesso le criticità coinvolgono l’organizzazione, non la persona, e l’organizzazione è chiamata a rispondere. Quindi fai in modo che il tuo dipendente non si senta sul banco degli imputati. Chiedigli dettagli. Chiedigli le sue opinioni (e non le lamentele) al riguardo. Fagli capire che siete entrambi dalla stessa parte. E che quello che ti importa non è stabilire colpevoli e innocenti, ma risolvere il problema. Infine, mostragli che sai rispettare anche l’umana possibilità di errore.

3. Non è da un calcio di rigore che si giudica un giocatore

Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia…certo il calcio di rigore che fa vincere la partita provoca l’applauso di omaggio eroico all’autore del goal. E anche tu sei pronto a sorridere e a premiare il tuo Superman che con il suo mantello ha “trasformato il problema in opportunità e il veleno in medicina”. Perché funziona. Soprattutto nei monasteri Zen. Negli uffici, qualche dubbio rispetto al tuo Superman ci sentiamo di sollevarlo. Perché magari il film che ti propone è un po’ troppo eroico per essere credibile. O perché crede molto in sé stesso. E non sempre è un bene. Le aziende funzionano in quanto organizzazioni collaborative. Quando sei di fronte ad atteggiamenti troppo individualisti (che sconfinano nel narcisismo e nella cruda competizione tra gladiatori), non solo non hai soluzioni. Ma hai un problema grosso. Riguarda il tuo stile di leadership. Ed è tutto tuo.

 

problem solving

 

4. Non perdere tempo, nei tuoi colloqui di recruitment, a testare le capacità di problem solving del potenziale candidato

Te l’abbiamo già detto Superman non esiste. Ogni organizzazione ha caratteristiche identitarie uniche. È fatta di persone che a loro volta sono organi di un sistema vitale più grande, complesso e con specificità che un candidato non può conoscere. E che tu non puoi testare se non sul campo. Quindi, invece di fare la domanda da copione sul problem solving che corrisponde a risposta da copione e “poi si vedrà”, cerca di capire quanto il tuo candidato sia disposto a vivere il successo personale come l’essere parte di una squadra di successo. Perché, alla fine, è questo ciò che davvero ti serve. Ed è lo stato d’animo che servirebbe anche a te. Anche per passare dal binomio “parte del problema” / “soluzione” a una posizione più centrale. Quella di facilitatore di soluzioni.

È inutile negare che i tuoi dipendenti incontreranno sempre dei problemi. Incoraggiare i team ad affrontarli sin da subito e in maniera costruttiva riduce la paura e aumenta la capacità trovare una soluzione rapidamente. E sai bene che, in alcuni casi, i problemi non hanno nemmeno una soluzione semplice ed immediata. Secondo Frances Frei, professore all’Harvard Business School, “identificare i problemi è uno sport individuale, ma per risolverli serve il lavoro di squadra”. Non è necessario dunque convertirsi in un Mr. Wolf di Pulp Fiction, basta fare affidamento su chi ti sta attorno quotidianamente.

 

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