Osservatorio CornerJob sul mercato del lavoro: previsioni Q1 2018

Pubblicato 25 gennaio, 2018 · 2 min. lettura

Quale futuro per il lavoro?

Mai una previsione sul trimestre successivo è stata difficile come quella che ci troviamo ad affrontare per il 2018. Il 4 marzo ci saranno le elezioni politiche e quindi, fino a quella data, è abbastanza improbabile che vengano messe in atto alcune manovre strutturali che possano consolidare una vera e propria ripresa. Inoltre, in questo momento, più che al presente, tutto il dibattito è rivolto alle promesse e quindi a un futuro ipotetico. L’aspetto più cruciale di questa campagna elettorale è che il mercato del lavoro sembra essere un nodo centrale. Ma segue una logica di “abolizione” del poco o del tanto, del buono e del meno buono che è stato fatto finora. C’è chi vuole abolire il Jobs Act, la riforma Fornero, imposte ecc.

 

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Aspettando le elezioni, i motivi di preoccupazione sono molti.

Il primo è che ci si continua a concentrare su una strategia di contingenza. Si guarda al dettaglio e non al sistema. Il secondo è la concentrazione sul “togliere”: al momento non si è sentita nessuna proposta in positivo. Infine, proprio questo tsunami di promesse di abolizioni, al momento non lascia presagire nulla su quello che potrebbe essere il risultato elettorale e il nuovo governo che ne conseguirà. Detto questo se è abbastanza plausibile che il mercato del lavoro in questo primo trimestre non registrerà variazioni di rilievo, il mercato del lavoro in questo primo trimestre non registrerà variazioni di rilievo Condividi il Tweet l’aspetto più preoccupante è che anche dopo il 4 marzo, e quindi nei trimestri successivi, è possibile che manchino quella stabilità politica e quella governabilità necessarie a un progetto credibile di riforme strutturali che tutti indicano come unica ricetta per una vera e propria ripresa per il mercato.

Il parere dei Millennials

Francesca, 30 anni, laureata in scienze dell’alimentazione, è lapidaria. “Mi fa paura che si pensi al problema del lavoro per me e la mia generazione come a qualcosa di risolto o in via di risoluzione sulla base di un paio di dati statistici. Perché porterà i decisori istituzionali a metterlo in posizione più laterale nelle loro agende. E quindi passerà altro tempo, e io continuerò a barcamenarmi tra mille soluzioni di ripiego in attesa di tempi migliori. Ma ho trent’anni: non mi posso più permettere di aspettare, e neppure il lusso – sembra paradossale ma è così – di un lavoro poco pagato, sicuro solo nella data di scadenza a breve termine e che, quindi, che non mi lascia neppure il tempo di esprimere le competenze che mi vengono richieste in fase di colloquio”.

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