Millennials e terzo settore: il caso Croce Rossa [Intervista]

Pubblicato 22 febbraio, 2018 · 2 min. lettura

Simone Sgueo, Head of Human Resources di Croce Rossa Italiana ci parla di Millennials e terzo settore.

I millennials sono sempre più attratti dal terzo settore, lo aveva evidenziato anche una ricerca condotta da noi qualche mese fa. Perché è un territorio professionale che permette di sentirsi parte attiva nel tessuto sociale, di arricchirsi a livello umano e culturale e di far parte di un sistema di valori in linea con un progetto di vita a 360 gradi.

I dati appena pubblicati da ISTAT relativi al censimento 2015 conferma questa tendenza. Sono 800mila gli italiani che lavorano nel no-profit (con un incremento del 40% negli ultimi 15 anni). E il 30% di loro appartiene alla fascia d’età under 30. I millennials appunto. Per capire meglio di che cosa stiamo parlando, ci siamo rivolti a Simone Sgueo, Head of Human Resourses di Croce Rossa Italiana.

 

Millennial_e_recruiting_Report_CornerJob_2018

 

Sono 800mila gli italiani che lavorano nel no-profit Condividi il Tweet

 

Quali sono le competenze richieste per lavorare all’interno di una ONG o di una ONLUS?

Per lavorare in una grande organizzazione del terzo settore al primo posto delle competenze chiave c’è senza dubbio la professionalità. Per noi poi, che siamo una realtà internazionale, competenze quali la conoscenza delle lingue straniere a un buon livello o saper usare le tecnologie sono imprescindibili. E anche le organizzazioni no-profit, come le aziende, hanno spesso bisogno di figure professionali di ogni tipo. Parlo nel concreto di amministrazione, marketing, legale, ecc.

 

Quanto contano per voi le soft skills nella selezione del personale?

Moltissimo. Le cosiddette “soft skills”, come la gestione dello stress, il problem solving, il saper fare squadra e la disciplina sono fondamentali. Poi naturalmente, e parlo ai più giovani, l’aver già maturato un’esperienza di volontariato è sicuramente un plus, soprattutto in alcuni contesti molto peculiari (come ad esempio quello di CRI). Ma la vera crescita si fa sul campo. Armati di grande determinazione e resistenza.

 

Esistono stereotipi da abbattere rispetto alla percezione del divario tra una ONG/ONLUS e un’azienda “profit”?

Sì, soprattutto quando parliamo di grandi organizzazioni le differenze fra profit e no-profit si assottigliano notevolmente, fino quasi a sparire. È evidente che nelle nostre aree più operative troviamo figure professionali specifiche, anche estremamente tecniche. Ma questo succede in tutti i settori. Le esigenze a tutti i livelli dello staff di una ONG o di una ONLUS replicano, almeno nei loro elementi chiave, quelle di una impresa operante nel profit. È necessario puntare sulle performance di qualità, fare un recruiting competitivo e costante, sviluppare il talento, generare engagement sano, predisporre piani formali di compensation, strutturare policy, procedure e budget con grande attenzione e rigore.

 

 Com’è composto lo staff di Croce Rossa Italiana? 

I volontari sono una realtà importante e fondamentale, ma vanno ben distinti dai lavoratori dipendenti, ai quali si chiedono professionalità e doveri ben precisi controbilanciati da diritti chiari. È quindi un errore confondere le due figure. Certo è che, rispetto a un’azienda profit, nelle ONG e nelle ONLUS si trova una governance interna più inclusiva di tutto lo staff. La mediazione con le persone e le necessità, è ancora una priorità inderogabile: rende certamente il processo decisionale più complesso, ma alla fine paga sempre in positivo.

 

 

Potrebbe interessarti anche…

Posto fisso? No grazie, sono Millennial