In che modo il coaching supporta le risorse umane?

Pubblicato 15 maggio, 2018 · 3 min. lettura

Intervista a Cameron Smoak Jr, Owner di Cameron Smoak Executive Education and Coaching

Attrarre i migliori talenti, aiutare i dipendenti a esprimere al meglio il proprio potenziale, ottimizzare l’ambiente di lavoro e la collaborazione all’interno dei team, migliorare le performance aziendali. Quale miglior supporto per le risorse umane di una disciplina, il coaching, che è nata negli ambienti sportivi per allenare le squadre, seguirle anche da un punto di vista emotivo e stimolarle per raggiungere gli obiettivi attesi?  Abbiamo approfondito l’argomento con Cameron Smoak Jr, che dopo una carriera in Coca Cola e Mc Kinsey & Company ha cambiato rotta per dedicarsi, ormai da molti anni, all’executive & corporate coaching.

 

In che modo il coaching può essere utile nelle Risorse Umane?

Sostanzialmente gli ambiti di supporto sono tre. Il primo è individuale. Un dipendente è prima di tutto una persona. Attraverso il coaching riesce a prendere consapevolezza dei propri punti di forza e delle aree di miglioramento, attingendo da energie e potenzialità creative che ha già dentro di sé. Il secondo ambito è quello della focalizzazione degli obiettivi professionali (ma non solo) e degli step decisionali che portano al loro conseguimento. Il terzo, infine, riguarda i team e il miglioramento della capacità di lavorare in sinergia, collaborazione e focalizzazione su performance e obiettivi.

 

coaching

 

Oggi, in ambito aziendale, è più utile che un HR Manager si dedichi a un percorso di certificazione di coaching o è meglio avvalersi di un professionista esterno?

Idealmente sarebbe importante che le aziende agissero sui due fronti, in modo complementare. Un HR Manager che possiede competenze di coaching è infatti in grado di essere maggiormente efficace nel gestire le dinamiche che fanno parte della sua vita professionale: dal recruitment al team empowerment. Un coach esterno può essere invece un facilitatore nei processi di trasformazione e cambiamento dell’organizzazione aziendale.

 

Quali sono i passi principali per diventare coach certificato?

È necessario seguire i percorsi formativi offerti dalle scuole che recepiscono gli standard e le linee guida dell’International Coach Federation (ICF) per superare l’esame di certificazione della Federazione. I corsi hanno una durata variabile. Ogni percorso prevede comunque un numero minimo di giornate in aula e un tirocinio da effettuare sotto la guida di un mentor coach.

 

In che situazioni la figura del coach fa la differenza in un’impresa? 

L’elenco delle situazioni è molto ampio. Detto questo, il coach lavora principalmente con le posizioni chiave delle aziende. Nel concreto: immaginiamo un neo dirigente chiamato a gestire, magari per la prima volta, un team. Potrebbe avvertire un senso di smarrimento o isolamento. Alcuni comportamenti, prima funzionali, potrebbero diventare inefficaci o – peggio – controproducenti. Prendiamo una persona che ha come punto di forza il perfezionismo. Nel momento in cui assume un ruolo di leadership e gestisce una squadra non potrà più esercitare il controllo su tutto e in ogni momento. Deve imparare a delegare. Se non lo fa corre il rischio di impattare negativamente sul proprio team con estenuanti azioni di micro-managing. Oltre a quello della sindrome da burn-out per sé stesso.

 

Per chi sceglie di diventare coach oggi, quali prospettive professionali ci sono?

I coach più richiesti in area corporate sono proprio quelli che hanno un solido background di lavoro in azienda. Conoscendone le dinamiche organizzative riescono a focalizzare meglio gli ambiti di lavoro. Detto questo ho conosciuto anche eccellenti coach che vengono dalla psicologia. Di fatto, alla base di tutto è indispensabile che ci sia la capacità di ascolto e l’empatia.

 

Quale scuola di pensiero nel coaching è più efficace per chi vuole operare in ambito HR?

Non esiste un orientamento più o meno funzionale all’ambito Risorse Umane così come non esiste una “Ivy League” delle scuole di coaching. L’importante è che l’approccio sia quello dell’ICF, che è un punto di riferimento solido per questa professione, anche dal punto di vista etico. Si tratta di un approccio “non direttivo”: il coachee sa perfettamente cosa è meglio per sé e il coach, semplicemente, lo guida a prenderne piena coscienza.

 

Coach e mentor: quali le differenze? E quali le complementarietà?

Il mentor è tipicamente qualcuno con maggiore esperienza che offre suggerimenti concreti. Il coach, invece, è una guida non direttiva che aiuta il cliente a trovare la propria strada e le proprie conclusioni. Sono due figure molto diverse. Ciò, naturalmente, non esclude che un coach possa avere e integrare anche competenze di mentoring.

 

Il coaching aziendale è prerogativa delle grandi realtà o può essere di supporto anche alle imprese di dimensioni medio-piccole?

Il coaching è utile in tutte le organizzazioni sociali: dall’azienda alla famiglia, dalla scuola alla coppia. Per quanto riguarda le piccole imprese può avere un impatto importante, dal momento che spesso si tratta di realtà con ridotti livelli di investimento sullo sviluppo e sulla formazione del personale.

 

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